La storia di Salvatore Dongu, giovane avvocato sardo ucciso nel 1999 nei pressi di Campeda, vicino a Macomer: un omicidio notturno, un appuntamento misterioso e un caso mai risolto.
Il nome di Salvatore Dongu resta legato a un omicidio rimasto senza una verità giudiziaria definitiva. Era un giovane avvocato sardo, residente a Borutta e con studio a Thiesi, nel Sassarese. La sua vita venne spezzata nella notte del 20 gennaio 1999, in una zona isolata nei pressi di Campeda, lungo la strada statale 131 “Carlo Felice”, non lontano da Macomer.
Secondo le prime ricostruzioni dell’epoca, Dongu si sarebbe fermato con la sua auto per incontrare qualcuno. Non fu un’aggressione casuale in pieno traffico, ma un appuntamento o comunque un contatto ravvicinato con una persona che, secondo gli investigatori, poteva conoscerlo. L’avvocato venne ucciso con un colpo di pistola calibro 22, sparato a distanza ravvicinata.

Salvatore Dongu: l’agguato nella notte sulla Carlo Felice
La scena del delitto apparve subito difficile da leggere. L’auto di Salvatore Dongu venne trovata nella zona della stazione ferroviaria di Campeda, vicino alla statale. La macchina e la borsa del professionista furono sequestrate, nella speranza che potessero offrire elementi utili per ricostruire gli ultimi movimenti della vittima e il motivo dell’incontro.
Dongu, secondo le cronache del tempo, era conosciuto nel Palazzo di giustizia di Sassari e si occupava soprattutto di cause civili, pur seguendo anche alcuni procedimenti penali. Viveva con la famiglia e, dopo la morte del padre, era diventato un punto di riferimento in casa. Proprio il suo profilo riservato rese ancora più complicata la ricerca di un movente chiaro.
Le indagini si concentrarono sulla sua attività professionale, sui fascicoli seguiti e sulle persone incontrate nei giorni precedenti. Ma nessuna pista portò a una chiusura definitiva.
Le piste investigative e il caso mai chiuso
Negli anni, il delitto di Salvatore Dongu è stato accostato anche ad ambienti e procedimenti giudiziari delicati. Tra le ricostruzioni emerse, una riguarda il suo ruolo di legale in un processo collegato alla cosiddetta “banda delle nigeriane”, vicenda criminale che coinvolse anche un ex maresciallo dei Carabinieri poi condannato per altri reati.
Questo collegamento, però, va trattato con prudenza: non equivale a una responsabilità accertata per l’omicidio e non ha portato a una verità processuale sul delitto.
A distanza di anni, il caso continua a essere ricordato come uno dei misteri irrisolti della cronaca sarda: un avvocato giovane, una sosta notturna lungo la 131, un colpo solo e un assassino mai identificato.